I presunti abusi a Rignano Flaminio: perché tutti assolti?

da | Gen 17, 2021 | News

I presunti abusi a Rignano Flaminio: perché tutti assolti?

da | Gen 17, 2021 | News

Quando, alle Assise di Tivoli, uscì la sentenza per i presunti abusi nella scuola materna “Olga Rovere” di Rignano Flaminio, i genitori dei bambini dettero in escandescenze, le porte furono prese a calci e pugni, qualcuno si sentì male. Insomma, la domanda era ed è: possibile che non fosse successo nulla? Vediamo da vicino come erano andate le cose, perché quello di Rignano non è stato nè il primo nè l’ultimo processo per abusi che non erano mai esistiti.

Tutto comincia nell’estate del 2006, quando i genitori di alcuni bambini della “Olga Rovere” di Rignano Flaminio, un comune che sta al chilometro 40 della via Flaminia, si rivolgono ai carabinieri per denunciare abusi che i loro figli avrebbero subito proprio da alcune maestre. Una madre si accorge infatti che la figlia ha “strani comportamenti”, si tocca, mostra una particolare curiosità per il sesso. Ne parla con il marito e decidono di consultare una psicologa: chiamano una dottoressa del “Bambin Gesù”, che non visita la piccola ma, per telefono, se ne esce dicendo che la bambina potrebbe aver subito abusi a scuola.

Parte la prima denuncia.

Quei genitori chiamano gli altri, nasce un tam tam, la paura che possa essere successo qualcosa ai figli ne porta altri a interrogarsi, fare domande ai bambini. Un mese e mezzo dopo le prime denunce i carabinieri, alla riapertura della Materna, installano cimici e telecamere per vedere che succede nelle aule e nei locali.

A metà ottobre 2006 partono le perquisizioni e gli interrogatori di maestre e bidelle, mentre altre famiglie si aggiungono con le loro denunce. Gli arresti scattano ad aprile 2007, ma i dubbi rimangono, se è vero che i genitori dei bambini, a maggio di quello stesso anno, decidono di tirare fuori quello che hanno dentro. I loro figli sono infatti additati come “pazzi, visionari, complottisti”: non ne possono più. Nell’inchiesta, intanto, entrano ed escono una maestra, Assunta Pisani, ed il benzinaio Kelun Weramuni de Silva.

La stampa soffia sul fuoco: “quei pedofili ogni domenica a messa”, titola Il Tempo. E La Stampa: “i bambini dell’asilo drogati dalle maestre”. Il Messaggero: “i bimbi dell’asilo, ci violentava il diavolo”. Il Corriere della Sera: “violentavano i bambini e li filmavano”. In un clima del genere è difficile alzarsi e dire che non si è accordo. Eppure, c’è qualche genitore dei bambini che rilascia interviste su interviste sulla pedofilia a Rignano, qualche altro che va a Matrix. Va tutto bene?

Però il vortice di indignazione in cui la vicenda è entrata non convince appieno i giudici che, rimettendo in libertà gli indagati, scrivono apertamente di indizi “insufficienti” e “contraddittori“. Quello che colpisce è che alcuni genitori, per farsi credere nelle loro accuse, per ricostruire –ricostruire- quello che era avvenuto, hanno addirittura girato dei video, in alcuni dei quali i bambini sono nudi. Per ricostruire meglio.

Il Tribunale del Riesame scrive: “I genitori in buona sostanza hanno svolto un ruolo che non gli apparteneva, non spettando ai medesimi il compito di documentare le dichiarazioni dei loro figli, ciò a prescindere dagli indubbi riflessi che tale attività può avere spiegato sulla genuinità della prova“. Della serie: avete messo mano alla verità prima di portare i bambini da noi, prima che le domande venissero loro fatte in modo neutro. La faccenda finisce in Cassazione ed anche i supremi giudizi tirano fuori gli stessi dubbi: parlano della “possibilità che gli adulti abbiano influito con domande suggestive sulla spontaneità del racconto dei bambini, almeno in due casi nei quali i giudici del Tribunale hanno rilevato atteggiamenti prevaricatori (precisamente nelle videoregistrazioni)ed evidenziando una forte e tenace pressione dei genitori sui minori e una forte opera di induzione e di suggerimento nelle risposte, con conseguenti manifestazioni di stanchezza ed ostilità da parte dei piccoli“.

Le indagini si concludono e vengono rinviati a giudizio lo sceneggiatore Gianfranco Scancarello, le maestre Patrizia Del Meglio (cioè sua moglie), Marisa Pucci e Silvana Magalotti, insieme alla bidella Cristina Lunerti: tutti accusati di violenza sessuale di gruppo, maltrattamenti, corruzione di minore, sequestro di persona, atti osceni, sottrazione di persona incapace, turpiloquio e atti contrari alla pubblica decenza, con l’aggravante di sevizie e crudeltà. Roba terribile, pesante.

Conosciamo tutti i casi, purtroppo non pochi, di bidelli che hanno allungato le mani sulle bambine: ma appunto, quello che colpisce di Rignano è la proporzione del caso. Qui non si tratta di un bidello e di una o due bambine: ma innanzitutto di una cosa grossa, un’associazione di pedofili; e poi che questa associazione operava non su internet o in un locale di videogiochi, ma addirittura in una scuola materna da cui sarebbero state fatte uscire classi intere di bambini (classi intere) per poterli poi molestare a casa delle maestre. Poi, che la minaccia sia stata portata nella scuola non di una grande città, ma di un paese che conta meno di diecimila anime; ed infine che venga da un gruppo di pedofile –c’è un solo uomo- il che è un fatto non improbabile, certo, ma statisticamente molto insolito. Ecco perché Rignano diventa subito un caso nazionale.

Rignano, un paese spaccato in due pezzi: colpevolisti ed innocentisti, dichiarazioni pubbliche contro gli imputati da una parte del Corso e fiaccolate di solidarietà dall’altra. Tra loro non si parlano, si sospettano, si minacciano, si guardano male, con rabbia. E guai, soprattutto, a dubitare che i presunti colpevoli non lo siano davvero.

Ora, tralasciamo tutto il casino che ha portato a celebrare il processo solo ad ottobre 2010: un giudice era stato assegnato ad altro incarico, quindi si è bloccato tutto perché si doveva rifare la Corte, gli imputati si sono opposti, c’è voluto il Csm per sbrogliare la matassa. Oltre questo, però, va anche detto che sono stati sentiti la bellezza di 440 testimoni: e c’è voluto il suo tempo.

Cos’è successo, allora, nell’edificio a vetri bianco e rosso, quello degli orrori? Quello con dieci aule, il refettorio, l’aula per i laboratori, quattro bagni ed un bel giardino coi giochi? Il gioco della patatina, quello del pisellino, quello della banana, del dottore, quello della punta azzurra e quello della tigre, sono avvenuti, sì o no? E i bambini sono stati portati via a classi intere da quella scuola con un unico corridoio, dove tutte le classi sono una dirimpetto all’altra? Per subire abusi da mesi o da anni, a casa delle maestre, in orario di scuola, ma in tempo per essere riportati in classe per la campanella delle 12.45? Dopo essere stati incatenati ai letti e costretti a ingerire un puzzolente liquido nero? E i cappucci neri, le punture con le siringhe che li intontivano, le parolacce, le fotografie scattate, i riti di sangue? Dove stavano?

Ma i cappucci, le siringhe, i liquidi, non li hanno mai trovati, i carabinieri. Le foto, e le catene, nemmeno. E non tornano il colore delle auto usate, così come dicono i bambini. Nessuna impronta digitale, nessuna traccia biologica. E come mai nessun medico s’era accorto che stavano male, ma solo i genitori, tutti insieme e quando le voci iniziarono a rincorrersi?

Eppure alcuni -alcuni- bambini sono stati davvero male: e ci stanno ancora. Come mai? Il punto è che, se ad alcuni è successo qualcosa, non esiste nessun elemento, nemmeno mezzo, per ricollegarlo alla “Olga Rovere” ed alle sue maestre. Forse è successo altrove. O forse a furia di dirti che sei stato abusato magari te ne convinci pure e ci stai male.

E qui torniamo alla domanda iniziale, quella dei bar e degli uffici. Ai nostri bambini gli vogliamo credere oppure no? Dalla loro immagine di purezza può nascere una menzogna così distruttiva? Certo che sì: e finiamola con gli equivoci. Siamo stati tutti bambini: raccontavamo bugie, tutti. Per fare i grandi, per farci notare, per gusto della fantasia, perché non ne conoscevamo le conseguenze. Se poi ci si mettono i grandi, ad aiutarti, a suggerirti le risposte, le bugie da piccole diventano giganti. Se i genitori organizzano giri di telefonate ed incontri tra loro, per discutere e confrontarsi e poi chiedono preoccupata conferma ai figli, beh, quelle piccole bugie diventano enormi. Grosse come una scuola. Una scuola bianca e rossa: quella di Rignano, al chilometro 40 della Flaminia.

Questo articolo è apparso originariamente su www.cronaca-nera.it

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