Privati del sesto senso: quando si perde lo schema corporeo.

da | Giu 17, 2021 | Psicologia, Uncategorized

Privati del sesto senso: quando si perde lo schema corporeo.

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Ognuno di noi dispone di uno schema corporeo che “utilizza” normalmente ed inconsciamente nel riconoscimento di sé stesso e nel riconoscimento dell’altro da sé. Il corpo, attraverso gli organi di senso ed il cervello, percepisce quindi sé stesso e la propria posizione nello spazio.

La rappresentazione del corpo.

Cercando una base neurologica alla rappresentazione del corpo, si deve al fisiologo tedesco Hermann Munk (1839-1912) la localizzazione nel lobo parietale di un qualche disegno del corpo, delle posizioni che assume, delle sue componenti e dei suoi movimenti. Questa parte del cervello si plasmerebbe sin dai primissimi momenti di vita e non sarebbe “in dotazione” alla nascita.

Direttamente a seguire un neuropsicologo, Carl Wernicke coniò il termine “somatopsiche”: una sintesi di informazioni somatosensoriali necessaria alla localizzazione del corpo e delle sue varie parti dello spazio. Fu egli ad ipotizzare una corrispondenza punto a punto tra singole cellule della corteccia sensomotoria e recettori presenti nei vari organi di senso. Questo accadde nel 1900.

Infine, un otorinolaringoiatra francese, Pierre Bonnier (1861-1918) pronto in una sua pubblicazione la questione delle vertigini e del senso del corpo nello spazio.fu proprio in quella pubblicazione che egli affrontò la questione di schema riferita al “sens d’éspace” (senso dello spazio), inteso come il senso di occupare un luogo nello spazio.

A ben rifletterci, non ci poniamo mai la questione di come sia possibile mantenere una certa consapevolezza della “localizzazione” del nostro corpo nello spazio in ogni singolo istante della nostra quotidianità.

Lo facciamo inconsapevolmente, un automatismo complesso, una integrazione di informazioni sensoriali che consentono l’orientamento nello spazio e la fluidità nel coordinamento dei movimenti. Questo effetto è l’effetto dell’abitudine che ci rende incapaci di notare qualcosa perché la si ha sempre davanti agli occhi.

Sir Charles Scott Sherrington, un medico, neurofisiologo, patologo, poeta inglese e premio Nobel per la medicina nel 1932, definì questa capacità come “il nostro sesto senso”. Quel “flusso sensorio continuo ma inconscio proveniente dalle parti mobili del nostro corpo quali muscoli, tendini e articolazioni che ne controlla e ne adatta di continuo la posizione, il tono e il movimento”.

Questo sesto senso andrebbe ad aggiungersi ai cinque noti e resterebbe tuttavia nascosto. Gli fu dato il nome di “propriocezione”. Cioè, la capacità che abbiamo di percepire il nostro corpo come nostro.

“L’aschématie” o aschematia globale.

Ma cosa accade a quei pazienti che riferiscono di non avere certezza del proprio corpo?

Pensando a questa ipotesi, mi torna alla mente un racconto di Oliver Sacks e della sua paziente soprannominata “la Disincarnata”. Questo accade nel 1977. Al tempo, Oliver Sacks era un giovane medico, affascinato da pazienti con problemi neurologici. Cristina era una di loro.

Era una giovane donna di 27 anni, praticava sport, era sicura di sé, fisicamente e mentalmente robusta. Madre di due figli e programmatrice di quelli che al tempo venivano chiamati “calcolatori”, svolgeva il suo lavoro da casa. Molto intelligente e colta, amava i balletti classici e i poeti inglesi. La sua vita era piena e molto attiva ed il suo stato di salute eccellente.

Ma la prima volta c’è per tutti e fu così che le trovarono dei calcoli biliari per cui si ritenne opportuno procedere ad un intervento chirurgico. Nulla di allarmante. Da prassi venne ricoverata in ospedale tre giorni prima dell’intervento.

Il sogno premonitore.

Il giorno precedente allo stesso, Cristina, che di solito tendeva ad essere molto razionale, fu turbata da un sogno di particolare intensità: nel suo sogno oscillava violentemente sulle gambe, aveva difficoltà a sentire il terreno sotto ai suoi piedi, e aveva perso la sensibilità nelle mani che non riuscivano più ad afferrare solitamente gli oggetti.

L’angoscia fu tale da richiedere il parere di uno psichiatra il quale giustificò il tutto come “ansia pre-operatoria”.

Tuttavia, durante la giornata, il sogno divenne realtà e Cristina iniziò a sentirsi insicura sulle gambe, a muoversi a scatti, goffa, agitando le braccia nell’aria e incapace di tenere in mano oggetti. Più passava il tempo e più la situazione peggiorava. Il coordinamento dei suoi gesti non era più lo stesso di prima, non riusciva nemmeno a stare seduta, il corpo cedeva, persino la mascella ricadeva inerte, e anche la postura vocale era totalmente scomparsa. Questa volta le venne diagnosticata l’isteria. Così il dottor Sacks tentò di sondare il funzionamento dei lobi parietali deputati alla ricezione delle solite informazioni sensoriali.

Tuttavia, questi funzionavano perfettamente ma sembravano “non avere niente con cui lavorare”.

Cristina aveva perso ogni propriocezione, dalla testa ai piedi.

Ella non aveva più quello schema corporeo di cui parlavamo all’inizio. Cristina aveva perso in piccolissima parte alcune modalità sensoriali ma il danno maggiore interessava prevalentemente il senso della posizione, della propriocezione. Si trattava di un danno alle fibre motorie e sensitive nota anche al tempo come polineuriti e sensoriale, tuttavia, la straordinarietà del fatto risiedeva nella selettività della lesione a carico delle sole fibre propriocettive. La causa era una infiammazione del sistema nervoso periferico.

A Cristina fu spiegato tutto questo e la prima settimana fu connotata da un comportamento prevalentemente depresso sul quale però ebbe la meglio il desiderio di vivere.

Fu così che Cristina incominciò a muoversi, utilizzando gli occhi che le consentivano di mantenere il coordinamento e l’equilibrio seppure in modo molto goffo e approssimativo. Se li chiudeva, si accasciava completamente. La vista era diventata per lei la sola guida dovendo controllare in modo scrupoloso e con un’altissima concentrazione tutti i suoi movimenti.

La propriocezione avveniva in modo conscio, controllato ossessivamente.

La distrazione non perdonava.

Quelli che all’inizio erano semplici gesti goffi, faticosi e artificiali, divennero gradualmente modulati più armoniosi e all’apparenza naturali. Con il trascorrere delle settimane la retroazione inconscia della propriocezione veniva sostituita dalla retroazione inconscia originata dalla vista, da un automatismo visivo e da riflessi sempre più integrati e pronti. La plasticità del cervello è sorprendente.

Cristina aveva perduto il modello propriocettivo del suo corpo ma fu in grado di sostituirlo gradualmente, per compensazione, con il il modello visivo.

La retroazione uditiva inoltre le permise di modulare il linguaggio. Tono e postura venivano “controllati” da un potenziamento dell’udito. L’utilizzo conscio della vista e dell’udito gradualmente si trasformarono in un utilizzo sempre più inconscio e automatico lasciando così spazio a nuove forme di “regolazione anticipativa compensatoria”.

Cristina rimase nel reparto di riabilitazione dell’ospedale per quasi un anno e non vi fu accenno di guarigione neurologica. Il danno anatomico subito dalle fibre nervose non regrediva. Tuttavia ci fu una ripresa funzionale straordinaria mediante compensazione.

Per quanto grande la sua forza di volontà e tutta l’ingegnosità nonché le sostituzioni consentite dal sistema nervoso, Cristina si trovava in una condizione irreversibile: quella della persistente ed assoluta perdita della propriocezione.

Quel sesto senso senza il quale il corpo appare irreale, non posseduto, disincarnato.

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