Perché un innocente si accusa di omicidio?

da | Mag 1, 2021 | News

Perché un innocente si accusa di omicidio?

da | Mag 1, 2021 | News

Sembra un’ assurdità accusarsi di un delitto di cui si è innocenti, ma succede più spesso di quanto si pensi. E per le motivazioni personali più diverse e incredibili, non ultimo il calcolo di convenienza di avere una vita migliore. Successe a Gianfranco Lotti, uno dei Compagni di Merende che accusò Pacciani di essere un serial killer  (e se stesso di esserne complice) perché così si sentiva servito e riverito da investigatori e giudici, quando fino al giorno prima era un operaio della draga che viveva in un appartamento insieme a degli immigrati, senza una donna, senza una famiglia, senza una lira: lo scemo del paese. Meglio il carcere che quella vita lì, pensò.

A prima vista chi confessa dovrebbe essere colpevole. Siamo cattolici e dunque la confessione è legata al concetto di colpa. Ma nelle aule di giustizia chi confessa non sempre è l’autore del reato.

Domenica 4 ottobre 1992. Il piccolo Simone Allegretti (nella foto sotto), quattro anni, figlio del gestore di un distributore di benzina, scompare a Maceratola, nella campagna tra Foligno e Bevagna, in Umbria. Il cadavere di Simone, nudo, viene trovato due giorni dopo. Poco prima, in una cabina telefonica di Foligno, viene trovato un biglietto. “Aiuto! Aiutatemi per favore. Il 4 ottobre ho commesso un omicidio. Sono pentito ora anche se non mi fermerò qui. Il corpo di Simone si trova vicino alla strada che collega Casale (fraz. di Foligno) e Scopoli. E’ nudo e non ha l’orologio con cinturino nero e quadrante bianco. PS.: non cercate le impronte sul foglio, non sono stupido fino a questo punto. Ho usato dei guanti. Saluti, al prossimo omicidio. Il mostro”. L’autopsia dice che è stato soffocato. Tutti cercano il Mostro di Foligno.

La tensione è massima. Il 10 ottobre arriva un poliziotto di esperienza e di razza, il questore Achille Serra. Viene attivato un numero telefonico. Il 13 ottobre si fa vivo l’assassino. Fa 12 telefonate prima di essere catturato il 17 ottobre: è Stefano Spilotros, 22 anni, venditore in prova in un’agenzia immobiliare, ex benzinaio di Rodano, in provincia di Milano.

Ma diverse persone, parenti ed amici del ragazzo, giurano che Stefano era con loro quella domenica. E intanto arriva il secondo messaggio dell’assassino. Spilotros, a questo punto, confessa di aver mentito. Eppure aveva fornito particolari verosimili agli investigatori. Dunque?

Ha parlato di una bruciatura da sigaretta dietro l’orecchio del bambino. “Gli ho avvicinato una sigaretta accesa al lobo dell’ orecchio come si fa con i pugili suonati, per vedere se il bambino reagiva, se era ancora vivo”.  Ma che ci fosse un segno dietro l’orecchio lo ha letto o sentito da qualche parte… Alla riesumazione si scopre che era solo un’escoriazione.

Rivela anche che il piccolo Simone aveva una fimosi. L’ha inferito da una sua personale esperienza. L’ aveva anche lui ed in occasione del suo primo rapporto con una ragazza si era prodotto arrossamenti ed escoriazioni. Legge che il pene di Simone era abraso e si convince che anche lui, masturbato dall’assassino, aveva una fimosi. E ci prende…

Infine, la piazza del Duomo di Foligno la descrive bene perché l’ha vista sull’enciclopedia di casa, dove c’è anche una fotografia. Ma c’è molto di più. La polizia c’è cascata perché Spilotros (nella foto in basso)  rivela il tipo di vestiti di Simone, il nome di un suo amico, la posizione della cornetta del telefono nella cabina (poggiata sul biglietto), che l’ha ucciso soffocandolo, cosa ha mangiato Simone prima di morire, il negozio di Foligno dove ha comprato i ferri da calza con cui l’ha seviziato.

Come fa a saperlo? Ha inferito tutto da come gli venivano fatte le domande. Praticamente sono stati gli stessi investigatori a suggerirgli, involontariamente, le risposte. Erano così convinti di avere davanti l’assassino che non volevano risposte da lui, ma solo la conferma di quello che già sapevano. O credevano di sapere.

Perché l’ha fatto? Lo spiega bene il suo avvocato, Guglielmo Gulotta: “Stefano usa la sua immaginazione per rappezzare la sua identità: è gracile e dice di essere un pugile, è senza padre e dice che è morto in Vietnam, è senza soldi e dice che gli sta arrivando la Porsche. Ha un’autostima carente, mostra la corda, e il fatto che la sua ragazza lo lasci è la riprova per lui che chiunque può vedere la sua pochezza. Avrebbe voluto essere il migliore, fantastica sbruffonate; ma visto che subiva smacchi, poteva senz’altro essere il peggiore. E’ manicheo. Il migliore al nero. Ma per essere davvero il peggiore bisogna avere qualche perversione e del coraggio ed a lui mancano entrambe. Ma ha del talento: se non sa torcere un capello a nessuno, sa fingere bene di averlo fatto. Scopre che gli piace vedere l’effetto che fa, perché accresce la sua autostima.

Nel momento in cui la sua autostima è a zero, vorrebbe autopunirsi. Non ha la forza, né di vivere né di morire. Salta fuori la storia di Simone. Aveva un amico chiamato Simone, che sentiva di non aver salvato dalla morte per droga. Si identifica allora sia con Simone Allegretti martoriato ed ucciso sia con l’omicida, perché si sente anche l’autore della propria vittimizzazione. Si sente vittima e carnefice. Deve confessare per essere punito. Spera, non sapendo uccidersi, che lo faccia la polizia. In carcere, coerentemente, non chiede mai quando uscirà: è sempre stato all’ergastolo di se stesso. Telefonando, poi, è lui a dirigere il gioco, mentre sono sempre stati gli altri a dirigere la sua vita”.

Ecco come e perchè un innocente si è finto colpevole. Il vero colpevole era Luigi Chiatti.

 

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