Perché Marlene si fece uccidere a Villa Borghese?

da | Giu 5, 2021 | News

Perché Marlene si fece uccidere a Villa Borghese?

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Partiamo dalla fine. Il corpo di una turista tedesca di  34 anni, Marlene Puntschuh, viene ritrovato inzeppato di coltellate nei pressi del galoppatoio di Villa Borghese. Ha le mani legate da un foulard, il suo. Una bella ragazza, con tanti capelli neri e un bel sorriso. Solo che è morta. Come è finita lì? Perché il delitto è successo di notte, nelle ultime ore del 7 giugno 1969. Per alcuni giorni la Squadra Mobile cerca e non trova. Chiama i militari dell’artiglieria per cercare il coltello del delitto. Niente. Testimoni, niente. Si ferma un americano sospetto che fugge alla vista della polizia, ma non è lui. Si cerca la borsetta di Marlene e non si trova. Si cercano testimoni a via Veneto: qualcuno l’ha vista? I genitori aggiungono poco: lei viveva a Stoccarda, loro a Kiel, sapevano poco della vita che faceva. Tranne che lavorava alla Allianz, s’intende. C’erano 1000 km di distanza e lei non li frequentava tanto. Guadagnava bene, però. A Stoccarda certe voci dicono che si circondasse di amici poco raccomandabili, che una volta si fosse spogliata in ufficio. Vai a sapere.

Marlene amava l’Italia come solo i tedeschi sanno fare. C’era stata tre volte, ma era la prima a Roma. Era arrivata da poche ore: era scesa all’Albergo Diana, aveva comprato delle ciliege, mangiato del pollo, giusto il tempo di dire “ciao” e subito si era passati a una parola tedesca, “morder”, omicidio. L’autopsia tira fuori un particolare sconcertante: l’assassino l’ha colpita alla gola mentre era sdraiato accanto a lei. A questo punto qualcuno sussurra: e se fosse stato un gioco erotico finito male? Vai a sapere.

La cartella clinica di Marlene può aiutare? Tre ricoveri a Goeppingen e una parola: schizofrenia. Può servire a spiegare quella scelta dissennata di seguire uno sconosciuto in un parco oscuro? Che poi non c’è bisogno di una malattia mentale, per farlo. Basta essere amanti del rischio, dell’eccitazione sottile che ti prende, del desiderio di qualcosa di nuovo e travolgente. Certe volte va bene, certe volte va male.

Poi, il colpo di scena. L’assassino ha un nome. Si tratta di un veneto di 40 anni, parlantina sciolta, cameriere, Guido Benedetto Spimpolo. Dice che ha ucciso perché si sono appartati lì per fare sesso e poi lei gli ha preso il coltello e s’è tagliuzzata da sola, per poi dirgli: “Uccidimi, uccidimi!”. Troppo facile. Può essere che abbiano giocato col coltello, può essere anche che sia stata lei a proporre il gioco. Ma non è poi è che se una te lo chiede tu l’accoppi. Guido era andato quasi a sbattere in Marlene a piazza Barberini: stava finendo sotto un autobus. Iniziano a parlare e risalire via Veneto. Alla fine c’è Villa Borghese e la notte. Siamo tra le 23 e le 24.

All’inizio lui nega, anche se ha speso i soldi di lei e l’hanno visto (alle 23.48 di quella notte è già scappato sul primo treno per Milano). Dice che le impronte sue non ci sono, sulla scena del crimine. Tiene testa. Poi crolla, dopo 24 ore di interrogatorio e contestazioni. Ma perché l’ha uccisa? Che fosse un gioco erotico è la prima pista seguita dalla Mobile. Ed è anche ciò di cui parlerà alla fine Guido Benedetto Spimpolo. Il 21 giugno confessa. Ma il capo d’imputazione cambia.

Questa infatti è la versione sua. Il ritrovamento di alcuni oggetti che erano nella borsa di Marlene lungo la linea ferroviaria per Milano, tra Civitavecchia e Orte, cambia tutto. Il movente del delitto non è un gioco erotico finito male, ma la rapina. Quella custodia per occhiali, il dizionarietto tedesco-italiano, un portachiavi di pelle abbandonati stavano nella borsa di lei. A un prete di Trento e a un pittore di Firenze Spimpolo ha già confessato il delitto, nelle ore successive.

Spimpolo viene condannato a 30 anni di carcere.

 

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