Pasolini: come ricostruimmo un delitto avvenuto al buio

da | Ott 30, 2021 | News

Pasolini: come ricostruimmo un delitto avvenuto al buio

da | Ott 30, 2021 | News

Ricostruire cosa è avvenuto durante un omicidio, le posizioni rispettive dell’aggressore e della vittima, la successione delle azioni, non è sempre cosa facile. Le tracce parlano, la vittima anche, ma non è che sia tutto rose e fiori. Quando io e Armando Palmegiani affrontammo la morte di Pier Paolo Pasolini, avvenuta poco dopo la mezzanotte del 1 novembre 1975, sapevamo di affrontare un vero rompicapo. Tutto era chiaro e tutto non lo era. Diverse cose ci sembrarono subito assurde, da rivedere, da dotare di nuovo senso. Diverse erano date per scontate ma, a guardarle bene, non lo erano affatto. I complottisti erano passati e avevano fatto danno.

Pasolini era stato estratto dall’auto dove si era appartato con Pelosi. Da quel punto dello spiazzo all’uscita su via dell’Idroscalo, appunto, c’erano le tracce di uscita del veicolo, ma nessuno si era accorto che non c’erano quelle di entrata. Da dove era avvenuto l’ingresso nell’area? La risposta la trovammo in un filmato che Sergio Citti aveva girato qualche settimana dopo e che mostrava innavertitamente un’altra via di accesso. Pasolini era stato estratto dall’auto e aveva tentato a un certo punto la fuga. Dalla sua Alfa Romeo al punto in cui era stato ritrovato cadavere c’erano 80 metri, percorsi al buio di una notte pesta e senza gli occhiali, restati in auto. Quella corsa, l’inseguimento necessario degli assassini, ci colpì subito. Come avevano fatto a riprenderlo, al buio? Era un delitto a moscacieca.

Un modo c’era, illuminare la scena coi fari dell’auto. Durante quel percorso, però, Pasolini aveva lasciato per terra la camicia intrisa di sangue. Si diceva da decenni che se la fosse sfilata per tamponarsi, ma non era logico. Chi, temendo per la propria vita, si fermerebbe durante la fuga? C’era un’altra spiegazione, la trovammo. Poi c’era quella ciocca di capelli a metà percorso. Che ci faceva lì? Incrociando quel dato scientifico con la testimonianza di una delle poche persone che dormiva all’Idroscalo in quella fredda notte di novembre, capimmo cosa doveva essere successo.

Rileggendo le deposizione dei Principessa, che trovarono il corpo, capimmo che erano stati i pietrificati testimoni del delitto e avevano deciso di farsi i fatti loro. Rileggendo l’autopsia, capimmo quali armi non erano state usate. Capimmo da dove erano entrati gli aggressori e soprattutto, poichè si sapeva invece dove erano state prese le armi improprie usate nella mattanza, era chiaro anche che l’aggressione era stata un crescendo di violenza, qualcosa in cui avevano perso il controllo. All’inizio doveva essere una lezione, altrimenti sarebbero andati lì con ben altra attrezzatura per uccidere.

Una scena del crimine può essere molto complessa da esaminare, ma se lo si fa senza idee preconcette, con la convinzione che se si trova altro si saprà cambiare idea, se si riesce a essere aperti a ogni soluzione, se non si pensa di essere la persona più intelligente del mondo ma la più dubbiosa, se non si parte per dimostrare una tesi, può riservare molte sorprese.

E anche la soddisfazione di aver risolto diversi pezzi del mistero, questi e altri, che poi finirono tutti in un libro, “Accadde all’Idroscalo” (Armando editore).

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