L’omicidio di Milena Sutter fu un trauma per l’Italia

da | Mag 15, 2021 | News

L’omicidio di Milena Sutter fu un trauma per l’Italia

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Era la sera del 20 maggio 1971, verso le 22 di cinquant’anni fa, quando la Squadra Mobile di Genova arrestava Lorenzo Bozano, 25 anni, detto Lencio, disoccupato, piccolo pregiudicato per truffa e atti di libidine violenta (nella foto sotto). Lo arrestavano a casa della madre, per il sequestro e l’omicidio di Milena Sutter, dodicenne figlia del re del detersivi Arturo Sutter. L’avevano rapita il 6 maggio precedente, all’uscita della Scuola Svizzera di via Peschiera, sparita tra le mille curve di certe strade che solo Genova ha. Dio solo sa come il rapitore aveva convinto quella assennata ragazzina a seguirlo e Dio solo sa come si poteva immaginare che il rapitore fosse lo sgangherato Bozano, con la sua spider rossa malconcia e l’aria improbabile. Ma quello che i processi dissero era questo: Bozano aveva rapito e strozzato subito Milena, chiedendo poi un riscatto. Era il suo modo per fare soldi facili. Divenne il “biondino della spider rossa” (geniale definizione giornalistica): biondino nel senso di castano chiaro, s’intende.

 

 

Un tempo incerto, un mare poco mosso restituiscono Milena al largo di Priaruggia il 20 maggio. Qualcosa galleggia sull’acqua e i pescatori Giampaolo e Paolo non credono ai loro occhi quando vedono che è un corpo umano. Lo tirano a riva, la spiaggia della piccola insenatura si riempie di curiosi. La faccia l’hanno mangiata i pesci. Una cintura da sub da 6 chili ha cercato di fare da zavorra ma ha fallito. Milena è tornata su. Le gambe sono nude. Dietro il cuoricino d’oro legato a una catenella c’è scritto “Milena”. E’ lei, è quella che tutta Genova cerca con spasimo da due settimane, da quel maledettissimo 6 maggio. Milena quel pomeriggio ha rifiutato l’invito a un gelato con le amiche ed è corsa verso la stazione, verso l’autobus per casa. Lungo la strada, però, qualcuno l’ha convinta a salire sulla sua auto e via. Per l’autopsia, Milena muore poco dopo.

Una cosa così non s’era mai vista. Monta l’isteria, la caccia all’uomo. Nel 1971 a quella violenza non c’era abitudine e la gente se avesse potuto, avrebbe ammazzato con le proprie mani il colpevole. Il colpevole, che è subito individuato in Bozano. Bozano prende l’ergastolo in un clima rovente, forcaiolo. Genova si ribella al “mostro”. Genova e l’Italia, con quel processo, cercano di allontanare da se stessi un essere tanto infame.

E allora è lui che ha fatto la telefonata anonima della mattina dopo, per chiedere 50 milioni di riscatto (pure poco). Perchè lui? Perchè la sua spider rossa e ammaccata (vedi foto sotto) è troppo riconoscibile e l’hanno vista gironzolare intorno villa Sutter e intorno la Scuola Svizzera. Alcuni studenti lo riconobbero, altri no. Bozano ha i baffi e le basette di quegli anni; e un passato poco raccomandabile. il padre l’ha rinnegato, dice che è cinico, brutale, simulatore, ladro, ostinato al male. A fare, il venticinquenne Bozano non fa nulla. Dice che all’ora del delitto passeggiava in centro, ma non l’ha visto nessuno. Ha appuntato il telefono della Scuola. Nella sua auto ci sono capelli morfologicamente compatibili con quelli di Milena. Abita a via Boccadasse, a un centinaio di metri da quell’aiuola di Corso Italia in cui il rapitore chiedeva il riscatto e dove lasciò come prova la cartella di Milena. Dice di aver venduto la sua cintura da sub ma non si capisce a chi. Ha un biglietto con scritto “seppellire, affondare, murare”: tre ipotesi per un cadavere?

 

 

L’Italia e Genova persero molto in quelle settimane. Una violenza cieca aveva colpito la città, non s’era mai vista tanta amoralità, tanta spegiudicatezza. La città andava smacchiata, l’Italia guardava a Genova come a un essere misterioso, come a qualcuno che improvvisamente ti rivela un’altra faccia, ti tradisce.

Torno in via Peschiera. La Scuola Svizzera non c’è più dal 1985. Ripercorro i passi affrettati di Milena. So che ha fatto quella curva, poi ha preso quelle scale. Ecco. Dove l’ha attesa Bozano?  Aveva 10 minuti per prenderla.

Mi convinco che quel curvone di via Gropallo sia stato il posto giusto per portarla via, ancora lontano dagli sguardi indiscreti del centro e della stazione di Brignole, dove l’aspettava l’88.

Torno a Priaruggia. Fa caldo. La gente che prende il sole tra le barche non sa nulla di quel giorno di fine maggio, dal tempo incerto. La caletta è restata la stessa, gli edifici intorno sono gli stessi di allora. Milena è stata portata a riva qui.

 

 

 

Qui c’è il segno invisibile della sua presenza passata. Rivedo muoversi in bianco e nero Paolo e Giampaolo, i due pescatori che la tirarono a riva su questa spiaggia di sassi. Sono passati cinquant’anni. Sembra ieri.

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