La storia del nano di Termini

da | Apr 23, 2022 | News

La storia del nano di Termini

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Potevamo dare anche un altro titolo a questo articolo. E qualcuno osserverà che potevamo intitolare il pezzo “il caso Semeraro”, ma il fatto è che la cronaca è spietata e ha i suoi miti. Vuoi mettere “il caso Semeraro” con “il nano di Termini”? Domenico Semeraro, detto Mimmo, 44 anni, di professione tassidermista, cioè imbalsamatore, era affetto da nanismo. Faceva un metro e trenta centimetri: ma non voleva essere una comparsa nella vita. Così, aveva lavorato nel cinema (a cercarlo bene, ad esempio, lo si vede fare la controfigura di un bambino in “Non si sevizia un Paperino” di Lucio Fulci, 1972), era stato professore di applicazioni tecniche (il professore più piccolo d’Italia, aveva dichiarato alla stampa), poi tassidermista appunto. Insomma, Semeraro non era uno che si nascondeva, anzi. Finì la sua vita in un paio di sacchi della spazzatura, in una discarica, a Corcolle (Roma). Come c’era finito?

Siamo tra mezzanotte del 25 aprile 1990 e le 2 del 26 aprile. Siamo in un appartamento di via Castro Pretorio, a Roma, sede della “Igor”, il laboratorio di tassidermia di Semeraro nonchè sua abitazione. Si consuma la lite finale tra lui, il suo assistente amante Armando Lovaglio, 21 anni – un ragazzo efebico – e la segretaria di Mimmo, Michela Palazzini, 20 anni, fidanzata di Armando. Il punto centrale della storia forse, più che Mimmo, è proprio lui, Armando, perché se non fosse entrarto nella vita del tassidermista non sarebbe successo nulla. E’ lui a scatenare il desiderio di possesso di Semeraro, a fargli nascere un amore potente per il ragazzo, che rimane affascinato da quest’uomo più grande di lui, dalla sua esperienza, dalla sua parlantina, dalla facilità con cui lo seduce con l’acquisto della moto che da sempre sognava di avere.

Semeraro aveva un lavoro, una casa, una posizione, un orgoglio: ma non aveva un compagno. Di notte andava in giro per Stazione Termini a cercare sesso occasionale con gli sconosciuti che vivono il buio del grande piazzale. Ma quello era solo sesso. Semeraro incontra Lovaglio ed è amore a prima vista. Lo seduce, lo vezzeggia, lo adula, lo comanda, lo tiranneggia, arriva a ricattarlo con prepotenza per certe foto che aveva di Armando e Michela a letto, lo blandisce con la droga. Armando deve restare con lui, anche se ha avuto un figlio da Michela un anno prima (si erano conosciuti nel laboratorio di via Castro Pretorio). E Armando, purtroppo, non sa decidersi. Oscilla, ondeggia, senza personalità, fino a quando, quella notte, uccide il nano. Strangolamento, con lo stesso foulard azzurro che Mimmo portava sempre.

L’unica soluzione possibile per uscire fuori da una tensione irresistibile.

Matteo Garrone ci girerà sopra un bellissimo film nel 2002, che si discosta dagli avvenimenti iniziali ma che ripropone magistralmente il rapporto psicologico tra i tre. Armando verrà condannato a 15 anni di carcere, Michela a quasi 10 anni per concorso in omicidio. Mimmo Semeraro ce l’ha fatta: è riuscito a diventare qualcuno. Solo che da morto.

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