La scomparsa assurda di Cristina Golinucci

da | Lug 24, 2021 | News

La scomparsa assurda di Cristina Golinucci

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I casi di scomparsa possono essere assurdi fino all’inverosimile. Quello di Cristina Golinucci è uno di questi.  Cristina ha vent’anni, una forte fede cattolica e una vecchia 500 azzurra. Vive a Cesena. E’ il 1 settembre 1992. Sa essere allegra e insegna catechismo. Ha un referente, un frate: il Cappuccino Padre Lino Ruscelli. Quel giorno dopo pranzo sale al convento per parlare con padre Lino sull’ultimo campo scuola. Sale, e non torna più. Si fa sera.

A telefono, il frate dice che siccome per le 14.30 non l’aveva vista arrivare, come da accordi, alle 15 si era ritenuto libero dall’impegno. Eppure. Eppure il giorno dopo gli amici, che ormai la cercano dappertutto, quando salgono al convento trovano subito la 500. Eccola, è lì, parcheggiata davanti, intatta. Chiusa. Muta. Cristina è arrivata al convento, e poi?

 

 

Gli errori investigativi cominciano qui e si mischiano con un atteggiamento inammissibile della Chiesa, che personalmente ho visto più volte verificarsi. Un privato mette a disposizione i cani delle unità cinofile per cercare Cristina, ma la Prefettura vieta il loro utilizzo. Potevano usarli, perché? Allora il signor Golinucci, coi cani, sale comunque al convento. E qui incontrano padre Lino: anche lui nega l’accesso ai cani. I quali però la loro parte la fanno lo stesso: sembra che sulla porta del convento l’odore di Cristina ci sia. Indagando ad esempio con Armando Palmegiani sulla “Strage delle Guardie Svizzere” (“Sacro sangue” era il libro) avvenuta in Vaticano, abbiamo visto subito come la Chiesa tenda a chiudersi a riccio sempre, sia quando è sospettata e sia quando non lo è. Loro sono gli emissari di Dio, come si permettono dei comuni mortali di ficcare il naso? Risuccesse nel caso di Elisa Claps: il cadavere era in chiesa, a Potenza, e il Parroco lo sapeva (ne parlammo ne “Il caso Elisa Claps”).

Solo tempo dopo la madre di Cristina, Marisa, seppe che nel convento erano ospitati degli extracomunitari. Solo nel 1995 si seppe dell’arresto di uno di loro, il ghanese Emanuel Boke, per uno stupro e tentato omicidio, a carico di una ragazza, avvenuti a Cesena, nel 1994. Nella zona del convento. Boke, che ancora era ospitato dai Cappuccini. I Golinucci fecero due più due. Ma il peggio doveva ancora venire. Nelle indagini su Boke furono ascoltati tutti, compreso padre Lino, il quale mise a verbale che, visitandolo in carcere dopo l’arresto, gli aveva chiesto se avesse fatto del male a Cristina, per sentirsi rispondere che era stato una bestia, un assassino. Boke piangeva a dirotto. Ma padre Lino non ne parlò coi Golinucci e i carabinieri nemmeno lo fecero. Forse non avevano prove e non volevano illudere o distruggere i Golinucci. Forse. Ma forse dare una risposta sarebbe stato meglio di niente. Nel 1997 il convento venne perquisito, ma ovviamente non c’era nulla.

 

 

Passa molto tempo prima che la famiglia sappia della dichiarazione di Boke. La madre gli scrive, chiede solo verità. Lui risponde che tra un mese, quando esce, verrà a trovarli. E’ il 1998. Boke mantiene la parola, ma di fronte ai Golinucci nega non solo di aver ucciso Cristina, ma anche gli altri reati. Forse si è reso conto che questa ammissione lo riporterebbe in galera. Poi, una lunga storia di archiviazioni, opposizioni, riaperture, archiviazioni, opposizioni, riaperture fino a quando il nuovo Priore finalmente concede l’ingresso alla Scientifica. Ma sono passati troppi anni.

Nessuno sa dove si trovi il corpo di Cristina Golinucci.

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