La catastrofe orrorifica per procura: l’infanticidio. (Ultima parte)

da | Apr 29, 2021 | Psicologia

La catastrofe orrorifica per procura: l’infanticidio. (Ultima parte)

da | Apr 29, 2021 | Psicologia

Dal latino infans, “infante” e caedo, “uccido”, il termine infanticidio indica l’uccisione volontaria di un bambino nella prima infanzia e tecnicamente, se vogliamo improntare un discorso giuridico, l’infanticidio riguarda l’uccisione del bambino al momento della nascita e comunque entro il primo anno di vita.

Non dobbiamo necessariamente rappresentarci questo gesto come indissolubilmente legato ad un modus operandi violento, ma dobbiamo portare la nostra attenzione alla possibilità che il bambino possa venire abbandonato, che la diade genitoriale lo trascuri o che l’evento avvenga a seguito di un comportamento negligente da parte del care giver. In sostanza, il neonato non viene accudito adeguatamente.

Cosa può portare una madre o un padre ad uccidere il proprio figlio?

I fattori di rischio sono numerosi. Il tabù della genitrice che uccide la prole è ai nostri giorni un fenomeno con il quale professionisti e non devono fare i conti. I fattori di rischio riguardano la madre, la famiglia, sono situazionali e non risparmiano tutto il filone della psicopatologia eventualmente chiamato in causa nel dover trovare una spiegazione ad un comportamento così difficile da accettare.

Abbiamo bisogno di risposte e possiamo accettare di non trovarle, questo in generale, ma quando si tratta di una madre che uccide un figlio, vogliamo risposte. Le esigiamo.

Ebbene raramente la spiegazione più razionale è quella esaustiva. Del resto se volessimo risposte univoche non ci interesseremmo alla psiche umana. Cosa scatta allora nella mente di una mamma? Lasciamo il giudizio fuori da considerazioni cliniche. In questa ed in altre sedi non ci riguarda.

A tal proposito, e al fine di dare una lettura diversa del fenomeno allontanandoci dalla sua descrizione sensazionalista della cronaca o dall’interesse morboso tout court, il focus dell’articolo sono le reazioni emotive alla gravidanza e l’eventuale peso che queste possono avere in ambito giuridico-forense.

Un cataclisma perinatale non è solamente diretta conseguenza di un incidente di percorso. Comprende anche l’infanticidio se questo avviene entro il primo mese dalla nascita, una catastrofe perinatale per procura.

Ed ecco che ci troviamo a dover rimettere in discussione credenze culturali e rappresentazioni genitoriali.

L’infanticidio è un fatto tragico sicuramente, ma conseguenza “probabile” di un vissuto di disagio che progressivamente è andato esasperandosi nel tempo fino all’atto estremo.

Il significato antropologico dell’infanticidio è ricondotto a ragioni politiche, economiche ma soprattutto di controllo demografico. In società primitive l’aborto avrebbe potuto causare il decesso della madre per condizioni igienico-sanitarie scarse, prediligendo così il parto e l’infanticidio. Inoltre, la selezione della popolazione, consentendo ai più forti di crescere, era pratica usuale nell’Antica Grecia. Il neonato, sottoposto al consiglio di anziani, veniva giudicato in base al suo stato di salute e se debole o malato non gli veniva concesso di vivere.

E ancora, in alcune culture, si faceva ricorso all’infanticidio nella selezione del sesso del nascituro, privilegiando i maschi rispetto alle femmine per la loro forza fisica o vice versa se serviva accrescere la popolazione.

L’etologia dalla sua, porta testimonianze che anche nel mondo animale comportamenti simili sono presenti.

Ma la storia è storia e di necessità virtù.

Attualmente rimane difficile circoscrivere il fenomeno con precisione e le stime risultano essere ancora abbastanza approssimative senza considerare il numero oscuro. Se a livello antropologico, tale pratica è nettamente diminuita con l’avvento di metodi contraccettivi, non possiamo assolutamente dire che l’infanticidio non avvenga.

Le ragioni possono essere ricondotte alla cattiva salute del bambino, a motivi economici e a condizioni di vita difficili che possono mettere a rischio l’intera comunità (ad esempio nelle popolazioni del polo nord)… Di certo la nostra necessità di tranquillizzarci, vede nell’infanticidio il gesto estremo di una mamma affetta da patologia mentale. È sicuramente più rassicurante giustificare un tale gesto con la “pazzia”. Nell’inconscio collettivo la maternità si accosta a pensieri e a emozioni tendenzialmente positive, escludendo le angosce, le paure, la difficoltà, la rabbia, l’insofferenza, e le sensazioni che il cambiamento porta con sé.

Una madre ha bisogno di ripensarsi in modo differente sin dal momento in cui scopre di essere incinta. Date le differenze che caratterizzano ciascun essere umano, possono esserci persone non in grado di gestire un tale carico emotivo e che possano sentirsi “sole”.

Psicologi e psichiatri non hanno vita facile nel tentare di comprendere le possibili motivazioni legate ad un infanticidio.

Da un punto di vista psichiatrico forense, il fenomeno in questione viene letto all’interno di tre grandi cornici interpretative: eziologia clinica, assenza di causalità diretta del disturbo psichico, tendenza alla psichiatrizzazione dell’atto.

L’infanticidio come fenomeno multifattoriale, include variabili biologiche, psicologiche, sociali, e circostanziali. È di conseguenza impossibile dare un’unica motivazione a tale fenomeno. Depressione, abuso di sostanze, infanzia tragica e personalità instabile non possono essere etichette da incollare su una mamma per spiegare il suo gesto. Possiamo dire però che in base alla letteratura scientifica attualmente presente, la patologia mentale, in alcuni casi, può essere un fattore predisponente all’infanticidio in co-presenza con altri fattori.

Scindiamo malattia mentale e infanticidio. La prima non è conditio sine qua non al manifestarsi della seconda. Sono concetti separati e non legati tra loro dal nesso di causalità diretta. Dal punto di vista giuridico, un disturbo mentale può non assumere il ruolo di causa diretta. Non tutte le madri con disturbo mentale uccidono la prole. L’imputabilità permane a dispetto della presenza di alcuni disturbi, i quali, evidentemente non sono sufficienti a giustificare il comportamento violento.

Infine abbiamo ciò che gli addetti ai lavori chiamano “bias cognitivo” ossia costrutti fondati, al di fuori del giudizio critico, su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e ideologie. Questo terzo quadro interpretativo, vede direttamente coinvolti proprio gli addetti ai lavori i quali spiegano il gesto omicidiario di una madre con la patologia mentale. Non potrebbe essere altrimenti: “Una madre che uccide non può essere normale”. Questa è la psichiatrizzazione dell’infanticidio.

Pensando il fenomeno infanticidio e volendo darne una lettura clinica, possiamo ricondurre tale gesto ad alcune cause, nessuna delle quali esclude l’altra e che possono quindi coesistere all’interno del quadro in esame. Ricordando che ogni persona è una persona unica e che ciò che avviene deve essere debitamente circoscritto al caso particolare.

Alcuni spunti di riflessione:

  • Lo stress è un fattore importante e l’ambiente stressante che circonda una madre non deve essere sottovalutato.
  • L’importanza di retaggi culturali del singolo e della collettività che danno all’infanticidio giustificazioni.
  • Politiche demografiche rigide
  • L’apprendimento del comportamento violento con il soffermarsi in particolare sulla cultura deviante e la deumanizzazione della persona.
  • Il tema della genitorialità e nello specifico il non sapersi pensare genitore. Alcune giovani madri si sentono incapaci e non pronte per una responsabilità così grande e che percepiscono minacciosa.
  • Timori circa la salute del neonato
  • Il mito di Medea. Uccidono il figlio per punire il padre secondo un meccanismo psicologico detto “spostamento”.
  • Alcune madri non si sento accolte e riconosciute nel loro ruolo.
  • Lo spostamento del desiderio suicidiario materno. La mamma depressa sposta sul figlio il desiderio di suicidarsi. Generalmente, questa pratica si accompagna dal suicidio della madre subito dopo. In gergo criminologico si parla di omicidio-suicidio.
  • Infanticidio come identificazione con l’aggressore. L’aver subito violenza durante l’infanzia può aver insegnato all’abusato a “rispondere” con il medesimo comportamento senza per questo percepirne obiettivamente la inappropriatezza. Ovviamente una simile emulazione non si verifica in tutti i casi di abuso, pertanto, chi viene abusato in età infantile non necessariamente diventa abusante in età adulta.
  • Il figlio è l’incarnazione di tutti i mali della madre pertanto sarà il capro espiatorio che la libererà dai suoi conflitti. “ti uccido perché mi hai rovinato la vita, per colpa tua ho perso la libertà”.
  • Condizioni psicopatologiche presenti nella madre. Costituiscono un aumento del rischio clinico unitamente ad altri fattori psico-sociali.

E’ doveroso sottolineare che ogni caso è specifico, complesso e necessità pertanto un accurato esame.

Oltre ai fattori biopsicosociali che possono favorire la predisposizione all’atto violento, la dinamica con cui avviene ed il contesto sono variabili altrettanto importanti. Seppure rapidamente, abbiamo potuto tuttavia toccare con mano la grande complessità nel definire con assoluta certezza e precisione i fattori che possano spiegare il figlicidio. Ancor di più complesso è individuare il peso di ciascuno di loro nella dinamica dell’atto.

Sin dall’inizio dello scritto, la figura materna è stata messa al centro del fenomeno della morte perinatale, non per scelta preferenziale bensì per la complessità di tutte quelle dinamiche che entrano in gioco dal momento che la donna si rende conto di portare in grembo il figlio. Il delicato equilibrio deve essere mantenuto nonostante le numerose trasformazioni identitarie, le attese, le gioie, le paure, da quel momento in poi.

Al momento della catastrofe, questa donna non trova tregua, ecco che deve sopportare un fardello che non a tutti è dato sopportare e questo a prescindere dal proprio assetto personale. Il lutto nella nascita. Un’Odissea infinita. E se il lutto a volte non avviene nel periodo perinatale allora lo si cerca attivamente nella catastrofe orrorifica per procura.

Si passa dal dover affrontare una indicibile sofferenza senza aver potuto scegliere, all’esprimere sofferenza uccidendo la propria prole. La morte di un figlio è sofferenza, agli addetti ai lavori sta individuarne le cause e supportare la persona sofferente. A tutti sta il non perdere mai di vista che non esistono Mostri, ma Persone.

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.

(Platone)

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