Il delitto dell’Olgiata, 30 anni fa

da | Lug 10, 2021 | News

Il delitto dell’Olgiata, 30 anni fa

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Era la mattina del 10 luglio 1991 quando Roma visse un altro grande delitto estivo. Successe all’Olgiata, elegante zona residenziale fuori Roma nord, dove c’è tutta un’area di ville molto elegante, recintata e molto chiusa agli esterni. Si entra solo passando dai custodi e basta. Se le cose stavano così, chi aveva ucciso Alberiga (anagraficamente con la “G”) Filo della Torre, contessa e moglie del burbero Pietro Mattei, amministratore delegato della Vianini?

 

 

La contessa era stata ritrovata chiusa nella sua stanza: l’assassino era fuggito da una finestra, poi una tettoia, poi un balzo in giardino e poi via nel nulla. Eppure. Eppure alle 9 di mattina quella villa con piscina era piena di domestici e persone che andavano avanti e indietro per preparare la festa per l’anniversario di matrimonio della coppia. Eppure, nessuno aveva visto nulla. Stordita con uno zoccolo, strozzata, ma siccome ci vogliono minuti per uccidere così, finita probabilmente (ma si saprà dopo) con un colpo di kali, un’arte marziale filippina.

Sospettano Roberto Iacono, il vicino problematico col permesso di accedere alla piscina della villa. Sospettano Manuel Winston Reves, il cameriere filippino licenziato poco prima. Li intercettano, li strigliano, gli prendono il dna. Niente. Roma si prepara a un altro delitto  insoluto. E poi, le stranezze. Rubati dei gioielli, sì, ma non il Rolex al polso. Nessuna violenza sessuale. Il corpo ricoperto con un lenzuolo, chiaro segno che l’assassino conosce la vittima. Un ufficiale dei Servizi, che interviene chiamato da Mattei nel mentre che lui arriva dall’ufficio, diventa il perno di ricostruzioni fantasiose e prive di senso.

Passano gli anni. Trevolte la Procura chiede l’archiviazione, tre volte Mattei fa opposizione e la spunta. L’ultima i suoi avvocati dicono: le analisi del dna sono migliorate, vediamo quel lenzuolo che dice. Massimo Lugli, che allora era a Repubblica, quel lenzuolo me l’ha descritto. C’erano tante macchie di sangue scure e una più chiara, rotonda come una moneta da 2 euro. Non l’aveva analizzata nessuno: se tutte le altre erano della contessa, lo sarà stata anche quella, no? E invece no. Era sangue di Winston, il filippino che nel frattempo se n’era tornato in patria, aveva avuto una figlia che aveva chiamato Alberica e poi era incredibilmente tornato in Italia da un pezzo.

Ma il meglio (o il peggio) venne quando, sempre nel 2011, si scopri che dei tanti nastri di intercettazioni sue dell’epoca, ne erano stati sbobinati solo 3-4. Non c’era niente di interessante e gli altri 10 non li avevano nemmeno ascoltati. Invece c’era Winston che chiedeva a un amico come e dove poteva rivendere i gioielli della contessa. L’avevano licenziato perché beveva, doveva anche ridare dei soldi alla contessa, quella mattina andò lì, non la trovò, rubò, lei uscì dal bagno, ci litigò, la uccise e scappò via. Lugli sostiene che le altre due domestiche filippine lo avevano visto fuggire ma s’erano cucite la bocca perché l’innocuo Manuel quando beveva era aggressivo.

 

 

Quando lo arrestarono, cominciò a confessare nella Volante. Fu condannato a 16 anni, pochi. E Roma ebbe risolto uno dei suoi grandi gialli dell’estate, grazie all’insistenza di Mattei e alla capacità del pm Francesca Loy. Un giallo che gli errori iniziali avevano fatto di tutto per rendere irrisolto.

Beh, era semplice. Era stato il maggiordomo.

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