Due assassini abitavano nella stessa casa?

da | Ott 23, 2021 | News

Due assassini abitavano nella stessa casa?

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A novembre del 1949 un camionista gallese confessa alla polizia di aver ucciso la moglie, a seguito di una lite per una nuova gravidanza in arrivo. Lui si chiama Timothy Evans (nella foto sotto) e la moglie Beryl. Quando la polizia si reca in casa della coppia, a Rillington Place, Londra, però non solo non trova la moglie nel punto in cui lui dice di averla nascosta (un tombino di fronte casa, peraltro troppo pesante da sollevare per un uomo solo), ma non trova nemmeno la figlia. A questo punto Evans ritratta e accusa dei due delitti il suo coinquilino, Reginald Christe, un ex poliziotto le cui affermazioni di estraneità ai fatti sono credute dalla polizia.

Dice Christie che Beryl aveva detto a lui e sua moglie di temere per la sua vita, che Timothy era molto violento, che lui aveva sconsigliato la ragazza dall’abortire. Dice Evans che Christie avrebbe praticato un aborto su Beryl, ma che le cose erano andate male e lei era morta, per cui insieme avevano nascosto la donna e lui era fuggito, mentre Christie piazzava la bambina presso una coppia di sua conoscenza a East Acton. A seguito di una perquisizione più accurata, ecco che Beryl e la piccola Geraldine saltano fuori: sono state avvolte in coperte e nascoste nel bagno comune della casa, che si trova in cortile. Evans crolla e confessa entrambe gli omicidi. Viene condannato a morte e impiccato nel 1950. Eppure qualche ombra c’è, al processo.

Christie è infatti costretto ad ammettere i suoi precedenti. Condanna ad Halifax per truffa nel 1923; furto, 1924; furto d’auto, 1933; lesioni aggravate, 1929. Ma sono cose vecchie e il giudice non le reputa importanti. La deposizione dei due ispettori che interrogarono Evans a Londra rivela poi delle sorprese. Uno dice che non hanno mai detto a Evans dove erano stati trovati i corpi, l’altro afferma invece che glielo dissero. E che gli fecero vedere la corda. Questo può averne influenzato la sua confessione, ovviamente.

Passano gli anni e nel 1953 ecco che una bara esce da Rillington Place. E un’altra, e un’altra. In tutto 5. Una contiene la moglie di Christie, trovata sotto il pavimento del soggiorno. Tre corpi accatastati nella carbonaia. Uno in giardino. Christe viene arrestato sul lungo Tamigi giorni dopo. Docilmente.

Reginald Christe (nella foto sotto) è un serial killer che ha scoperto la sua vocazione uccidendo la tanto bramata Beryl Evans, tre anni prima. Che ha scoperto che può avere l’orgasmo -e che orgasmo- solo con una donna svenuta. Aveva finto competenze mediche per praticare un aborto su Beryl e invece di farlo l’aveva stordita, posseduta e strozzata. Poi aveva strangolato Geraldine con una cravatta. Quel tonto di Timothy era finito dentro al posto suo e così aveva continuato uccidendo, fino a che non c’era più posto in casa per i cadaveri.

Ma perché Evans si fece impiccare? La sua prima confessione nacque dal desiderio di proteggere, attraverso Christie, il contatto che quest’ultimo aveva con la misteriosa coppia di East Acton cui lui disse di aver affidato la bambina. Infatti, parlò solo della morte di Beryl, in quella confessione. Ma Beryl non è sotto il tombino. Evans allora capisce che Christie gli ha mentito e racconta il vero. Poi trovano i corpi. Gli fanno anche capire dove. Vede la corda. A questo punto si sente in colpa per essersi fidato di Christie, capisce che pagherà solo lui e si lascia andare, confessa per la terza volta. Evans era inoltre un bugiardo patologico e alla fine le sue numerose menzogne, dette in confessione per coprire quelle che credeva essere le sue responsabilità, si ritorsero contro di lui.

John Reginald Christie confessò e fu impiccato. Timothy Evans ebbe il perdono e la riabilitazione postuma dalla Regina. La casa di Rillington Place è stata abbattuta ai primi degli anni ’70.

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